Se nell’ora più buia, il miglior alleato è il nemico

Man mano che la morsa della pandemia si allenta e la logorante gestione dell’emergenza comincia a lasciar spazio alla routinaria contesa politica, si cominciano a delineare scenari più foschi di quanto non lo fossero già. E non stiamo parlando dello sconquasso economico e sociale che il lockdown sta determinando. Se al Paese comincerà a mancare il respiro, beninteso, non sarà a causa della dispnea indotta dal coronavirus, ma dell’abbraccio letale tra sovranisti privi d’amor patrio da un lato e arruffapopolo stellati dall’altro.

Entrambi i fenotipi politici ambiscono alla conquista definitiva del potere a costo di svendere la tanto invocata sovranità, ancor prima di riuscire ad esercitarla, al primo sagace avventore. La preferenza va a chi proviene dall’est ed è intriso di autoritarismo veterocomunista o di memoria zarista (chissà se l’esperienza politica marxistica della Comune di Parigi possa, in qualche modo, fare da trade union ideologico tra i due mondi).

I salvatori della patria, in versione governativa e di opposizione, si ostinano a cimentarsi in ampollose quanto pretestuose richieste di solidarietà europea. Confondono fatalmente la differenza tra solidarietà e aiuti unilaterali, e non fanno che invocare la necessità di manovre espansive che tutti i Paesi dell’Unione stanno già, opportunamente, attuando in deroga al patto di stabilità. Lo spiega bene Roberto Perotti in un suo editoriale su Repubblica, L’illusione dei Coronabond, che mette a nudo la grettezza della politica italiana nell’affrontare i negoziati europei con proposte risibili, perché irrealistiche. Per carità i politici gretti non mancano di certo nel nord Europa. Ma il tempo per guardar bene al nostro ombelico è scaduto.

Adesso non c’è più la possibilità di cavalcare l’ondata di demagogia xenofoba contro l’invasione dello straniero. Si aggiunga l’esigenza di contenere la crescente popolarità di Conte, e ai nostri rappresentanti portatori insani di rancore, frustrazione e intolleranza, non rimane che una via. Per riaffermare il loro primato di neo-populisti de noantri, dediti alla cacciata delle oligarchie usurpatrici che male fanno al popolo, non possono far altro che concentrare le forze sull’unico obiettivo residuo: l’Europa. La madre di tutti i mali. E quale migliore occasione di una crisi di tale portata per fare del no europeo alla malcelata richiesta di salvataggio dell’Italia (a babbo morto) il casus belli? Vero balsamo per il consenso elettorale.

Fiutata la ghiotta opportunità, per consumare il misfatto i nostri condottieri sanno che dovranno rifiutare qualunque soluzione europea di buon senso per far fronte comune contro la crisi, alzando sempre la posta per ottenere un sicuro no. D’altronde come spiegare agli italiani, convinti di essere i figliastri dell’Ue a seguito della subdola narrazione anti europeista, che potrebbero arrivare dal Mes 40 miliardi di euro, allo 0,4 per cento, da spendere per aggiustare e potenziare la nostra sanità? Eh no, è bene che tale evenienza venga scambiata per una facezia. Lo stesso Presidente del Consiglio ha escluso tale possibilità giungendo ad affermare che no, il Mes no, perché evoca scenari esiziali. Ricordiamo tutti la Grecia? E’ noto come sia andata a gambe all’aria a causa del Mes (sic!). Per Salvini, poi, sarebbe “come andare dallo strozzino”. Dal suo punto di vista come dargli torto: la Lega ci restituirà 49 milioni in 75 anni a interessi zero.

L’altro aspetto della vicenda del tutto ignorato è che il nord Europa, accettando la condizionalità minima del Mes, si è già dimostrato solidale. Adesso i paesi del Sud possono indebitarsi a condizioni migliori rispetto a quelle che il mercato imporrebbe nel caso di emissione di debito nazionale.

Ai poeti, ai santi e ai navigatori è l’ora di aggiungere i guitti e i teleimbonitori di regime. Nell’arena del dibattito pubblico si pompano le pulsioni emotive per seppellire i fatti. Le suggestioni scalzano i pensieri. Il virus della propaganda che infetta l’informazione corre parallelo al Covid.

Gli italiani, diventati epidemiologi e infettivologi nel volgere di un paio di mesi, non sanno nulla o quasi degli impegni finanziari ed economici assunti dalle istituzioni europee (Mes, Bei, Sure). Se anche la casalinga di Voghera ricorderà dell’improvvida uscita di madame Lagarde (la cui eco è stata amplificata perché funzionale allo storytelling del nemico europeo), pochi sanno che la Bce acquisterà nel corso del 2020 circa 135 miliardi di euro di titoli italiani, per lo più di stato, oltre al riacquisto di tutti quelli in scadenza.

Sia chiaro che quando una banca centrale rinnova ogni volta i titoli del debito pubblico in scadenza, realizza un finanziamento permanente del disavanzo. Ovvero una monetizzazione di fatto del debito. In barba alla glaciale intransigenza teutonica.

Peraltro val la pena rilevare che i profitti realizzati su questi portafogli sono trasferiti dalla Bce alla Banca d’Italia, così come alle altre banche centrali. In tal modo, quello della Bce è un finanziamento a costo zero. Con cattiva pace dei propugnatori della teoria complottista della perdita di ogni diritto di signoraggio di Bankitalia verso la Bce.

Attenti però, perché dai fanghi della palude italica emerge sempre qualche oscuro signore il quale fulgidamente obietta che sempre debito è, e come tale andrà rimborsato. In alternativa propone una delle sue pozioni a base di intrugli e sortilegi. Ma non c’è potere magico che possa cancellare il duro principio di realtà secondo il quale il debito pubblico deve essere rimborsato dalle tasse. E se non lo ripagano i contribuenti, lo ripagheranno i creditori. Non ci sono altre soluzioni.

E’ proprio l’avversione al debito (strano che provenga dal paese con uno dei debiti più alti al mondo) che racchiude in se l’equivoco iniziale della posizione italiana nel negoziato europeo. I famigerati coronabond (ma vale anche per gli eurobond, recovery bond (james bond!) e per ogni emissione di debito con garanzie comuni), rappresentando debito garantito da tutta l’Ue, secondo taluni ragionieri fantozziani dovranno essere rimborsati da altri, lasciandoci indenni da tale incresciosa incombenza.

Nella nostra penisola un prestito senza obbligo di restituzione sembra rappresentare una posizione negoziale ragionevole da sostenere in Europa. Se gli altri Paesi non dovessero accettarla, pazienza. Sarà la conferma che sono maldisposti verso l’Italia.

Certo, il tasso di analfabetismo funzionale e il livello di cultura finanziaria non ci aiutano a fare chiarezza su tali perniciose questioni di dare e avere. Specialmente se il rapporto intercorre tra chi negli anni ha disseminato macerie (leggasi debito pubblico italiano) e chi, da scolaro diligente, ha sempre fatto i compiti a casa, costruendo la propria credibilità oltre che la competitività che non esita ad affermare. Già, credibilità. Eppure qualcosa vorrà significare!

L’altra arcana questione è quella della richiesta di monetizzare il debito cancellando le obbligazioni pubbliche detenute dalla Bce. Si fa riferimento a un’altra modalità di monetizzazione rispetto a quella vista prima. Ovvero alla possibilità che la Bce, una volta acquistati i titoli di stato li possa distruggere, azzerando di fatto la posizione debitoria di uno Stato nei suoi confronti. Qui, lo anticipiamo a scanso di amare delusioni, le probabilità di successo di una spiegazione che faccia chiarezza sono prossime allo zero. I livelli di mistificazione (o pura e semplice ignoranza) sul tema rasentano infatti l’inverosimile. Ma le cause perse ci danno dipendenza!

Per capire la reale portata di una siffatta monetizzazione del debito bisognerebbe prima rispondere a queste tre domande: perché sono nate le banche centrali? qual è il loro mandato? com’è garantita la loro indipendenza? Niente panico, abbiamo una risposta al quesito originario che le soddisfa tutte e che nessuno, sia economista sia persona dotata di acume e buon senso, vorrà mettere in discussione: la monetizzazione del debito è auspicabile e possibile se, e nella misura in cui, non compromette la credibilità dell’istituto di emissione. Perché in caso contrario anche la banca centrale rischierebbe il default. Cioè non potrebbe più mantener fede al proprio mandato istituzionale: garantire la stabilità dei prezzi per salvaguardare il potere d’acquisto della moneta nel tempo. La storia ci ha insegnato che non si tratta di robetta qualunque.

Che poi è il motivo stesso dell’esistenza delle banche centrali le quali devono far di tutto per essere e (soprattutto) apparire indipendenti, attraverso il ferreo rispetto delle loro regole di bilancio. E tali regole non prevedono di certo la possibilità di distruggere una parte dell’attivo (titoli pubblici) sostituendolo, vieppiù, con un aumento delle passività (emissione di moneta). Ecco, se ciò dovesse accadere i mangiamorte (questo è pressappoco l’appellativo degli agenti economici in Italia), intuito che banca centrale e autorità politiche sono ridiventate culo e camicia (come in passato), darebbero il via alla corsa a chi si libera prima della moneta. Il preludio di un’inflazione incontrollata. Altro che patrimoniale, la spirale di aumento dei prezzi succhierebbe via il midollo del risparmio italiano, e con esso quello degli italiani.

Adesso dovrebbe risultare più chiaro perché, se la monetizzazione non è da escludersi, rimane la questione del soggetto più idoneo cui spetti l’onere della scelta e la responsabilità della sua attuazione. L’autorità politica continua a rivelarsi, per la natura democratica delle nostre istituzioni che tendono ad assecondare le pressanti richieste di ogni sorta di aiuto economico degli elettori, di gran lunga meno adeguata rispetto alle banche centrali. E il ruolo dei due è bene che rimanga ben distinto anche (soprattutto) durante una crisi come quella attuale.

Abbiamo già detto che la via scelta dalle banche centrali per immettere la liquidità, necessaria a non far collassare il sistema economico, è solitamente quella dell’acquisto di titoli pubblici (la Bce acquisterà anche titoli con rating più basso rispetto a prima, mettendo al riparo l’Italia da un eventuale declassamento dei titoli di stato) sul mercato secondario.

A dire il vero l’Inghilterra sta utilizzando una modalità diversa che tanto fa discutere. Il Governo britannico in accordo con la Bank of England, per fornire tempestivamente al sistema la liquidità necessaria, potrà infatti attingere direttamente al proprio conto presso la banca centrale. Di fatto finanziando con nuova moneta la spesa pubblica del tesoro senza emettere nuovo debito. Qualcuno l’ha saputo, e se lo fa l’Inghilterra possiamo farlo anche noi. O meglio, la Bce verso l’Italia e gli altri Paesi in difficoltà. Ma anche no.

L’operazione è di certo inusuale e denota una certa spregiudicatezza, ma non vanno taciute le modalità con le quali è attuata. Entrambi gli attori si sono infatti premurati di precisare che il finanziamento (in quanto coma prima precisato genererà una perdita nel bilancio della banca) verrà rimborsato entro la fine dell’anno. Come a voler dire: guardate che questa è una modalità eccezionale di emissione di moneta per far fronte, temporaneamente, ad una situazione di emergenza. Ripetiamo temporaneamente. Ed è proprio il carattere della temporaneità che dovrebbe bastare per garantire ai mercati che quella tra governo e banca è solo una necessaria ma fugace notte d’amore. Ma appunto, dovrebbe bastare. Vedremo.

Se nel caso dell’Inghilterra c’è il dubbio di come reagiranno i mercati (questi demoni!), non osiamo immaginare quale possa essere l’esito di questo finanziamento della spesa per un paese con un debito pubblico al 135 per cento del Pil, in balia della propria oclocrazia, e che propugna come unica via salvifica quella della monetizzazione tout court!

Intanto il nostro Presidente del Consiglio prosegue con la sua piccola e miope retorica della battaglia negoziale europea, presentando come un vero successo il Recovery Fund. In realtà il passaggio dal Consiglio europeo alla Commissione, del 23 aprile scorso, non segna alcun vero passo in avanti. Rimangono irrisolti i nodi centrali del progetto.

La Commissione si troverà in mano la patata bollente del come attuare il piano. Dovrà definire i meccanismi di finanziamento e i responsabili del debito. In altri termini non si sa ancora chi e quanti soldi dovrà mettere, e se i paesi membri saranno responsabili in solido o solo pro quota. Questioni non da poco. E’ chiaro che solo la responsabilità solidale potrebbe conferire al piano l’agognata qualifica di debito comune.

Inutile dirlo, nel suo fulgore nazionalista l’Italia punta all’erogazione delle somme a fondo perduto, che graverebbero su robuste spalle nordiche. Senza precisare nessun altro inutile dettaglio. Come dire: siamo sovranisti, ma non quando si tratta di avere soldi gratis dal nemico europeo. Mica fessi!